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Quando troppo e quando niente

22 giugno 2013

Una recente notizia proveniente dagli Stati Uniti crea lo spunto per una riflessione: il MoMA (Museum of Modern Art), ovvero una delle poche vere “corazzate” che navigano nell’immenso mare della cultura mondiale, ha comperato il Folk Art Museum progettato da Todd Williams e Billie Tsien (tra l’altro vincitori per l’anno 2013 dell’annuale riconoscimento di qualità dell’Istituto Americano di Architettura), museo che sorge attiguo all’edificio principale del MoMA. L’attuale gestione del Folks Art Museum si è decisa a questo importante passo a causa della situazione debitoria della Fondazione che gestisce il museo stesso, la quale è gravata da una esposizione di circa 32 milioni di dollari.

L’edificio del Folks Art Museum, caratterizzato da una elegantissima facciata rivestita in una lega di bronzo dal nome purtroppo non beneaugurante (Tombasil), oltre che da spazi espositivi interni da manuale, è però destinato nei piani dell’amministratore delegato di MoMA, Jerry I. Speyer, ad essere demolito (si, demolito) per fare spazio ad una nuova ala destinata alle collezioni d’arte contemporanea di quello che forse è il più grande ed importante museo newyorkese, il MoMA, appunto.

Alcune giustificazioni fatte trapelare dall’entourage del MoMA fanno riferimento alla differenza di quota dei solai delle due strutture, che non consentirebbe la continuità dei flussi espositivi della nuova struttura ampliata, ed alla “chiusura” data proprio dalla facciata in bronzo del Folks, elemento molto scultoreo, che contrasterebbe con una enunciata trasparenza del MoMA come istituzione culturale, trasparenza testimoniata dagli involucri pensati dall’architetto autore del progetto di espansione del MoMA, Yoshio Taniguchi: leggeri diaframmi vetrati a chiusura di scatole prismatiche leggermente asettiche.

La riflessione cui si accennava all’inizio è la seguente: New York può dunque permettersi il lusso di demolire, dopo solo dodici anni dalla sua inaugurazione, un museo costato diversi milioni di dollari progettato da due architetti di fama mondiale, pur con lo scopo di dedicare sempre alla cultura il nuovo edificio da edificare al suo posto. Al contempo nella vecchia Europa, ma in particolare nella vecchissima Italia, si continua a gerovitalizzare edifici a dir poco vetusti, cercando disperatamente di dotarli degli standard di base ormai richiesti da quel turismo culturale che è sempre più in aumento e che rappresenta una delle voci maggiori di introiti (una delle poche, forse) per le casse sempre più esangui dello Stato italiano e dei suoi cittadini.

Effettivamente sembrerebbe che una sana, cara via di mezzo ci starebbe tutta: demolire un bellissimo e ben fatto museo, praticamente nuovo di zecca? Probabilmente no. Prolungare ad oltranza la vita di strutture obsolete e inadatte quando queste sono una delle principali fonti di reddito di un Paese? Probabilmente neppure.

Il “balance”, l’equilibrio che è spesso alla base di tanta buona architettura dovrebbe essere l’ingrediente principale delle strategie di pianificazione economica e culturale, al di qua come anche al di là dell’Oceano.